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La sindrome di Rett


La sindrome di Rett è stata identificata da Andreas RETT nel 1966 (a Vienna) osservando in alcune sue pazienti un tipico movimento di fregatura delle mani (washing hand). Solamente dagli inizi degli anni ottanta è stato riscoperto l’interesse per questa sindrome, quando Hagberg ed altri pubblicarono un accurato studio, descrivendo la sindrome nei dettagli.

La sindrome di Rett è una encefalopatia progressiva ad eziologia sconosciuta, che colpisce solamente il sesso femminile con un incidenza oscillante da 1/10000 a 1/15000 ed in età precoce mentre nei maschi il difetto sarebbe letale. La quasi totalità dei casi è sporadica, ma è stato riferito qualche raro caso familiare. I primi sintomi compaiono tra i 6 e i 18 mesi di vita, le madri delle bambine affette dalla sindrome descrivono la gravidanza, il parto e il periodo post-natale come del tutto normale.

All’inizio si manifesta con:
- ipotonia muscolare che nelle fasi avanzate sfocia in spasticità;
- distonia e microcefalia, alle quali si associa tra il primo e il terzo anno di età una rapida regressione mentale sino a sfociare nell’ autismo e nella demenza;
- perdita progressiva della manualità per movimenti fini per involgere nell’aprassia-atassia con movimenti stereotipati delle mani;
- tra il secondo ed il decimo anno evolve la demenza e l’atassia e compaiono le patologie ortopediche rappresentate più frequentemente da scoliosi (presentandosi con un incidenza variabile tra il 40% ed il 65%), obliquità pelvica, coxa valga, contratture muscolari con piede equino varo.

L’ultima fase evolutiva della malattia si manifesta in età più tarda, dopo il decimo anno, con progressione grave del deficit del primo e del secondo motoneurone e del sistema extrapiramidale che  si manifestano con spasticità, perdita completa della capacità verbale. I quadri clinici di deterioramento o di stasi dell’ evoluzione patologica sono variabili e diversi tra di loro.
Molte sono le ipotesi sulle cause che la determinano, fra le più accreditate ricordiamo:
- causa genetica: mutazione sul braccio lungo del cromosoma di x (xq28);
- causa materna: deficienza di dopamina, infezione virale.

Gli studi effettuati negli ultimi anni hanno permesso di identificare il gene difettoso sul cromosoma x, a cui viene attribuita l’origine della patologia. Si tratta del MeCP2 (METHYL,Cpg-Binding-Protein 2).
L’alterazione del gene è stata identificata in circa l’80% delle femmine con diagnosi clinica, pertanto l’ipotesi genetica è molto affidabile. Questo gene ha un ruolo importante nello sviluppo del sistema nervoso durante uno stadio cruciale, quando i bambini imparano a stare seduti, a camminare, a parlare.

Ci sono due fattori che possono influenzare la presentazione della malattia:
- il tipo  e la posizione della mutazione all’ interno del gene MeCP2;
- il fenomeno della inattivazione del cromosoma x.

Il gene codifica per una proteina che agisce impedendo l’espressione di altri geni, cioè fa sì che non avvenga la produzione della proteina corrispondente. Affinché la proteina prodotta dal gene svolga la sua azione è necessario che la sua struttura non sia alterata; una mutazione a livello del gene provoca la modifica delle unità costituenti la catena proteica (gli amminoacidi alterano il corretto funzionamento della proteina).

Gli studi hanno identificato più di 100 mutazioni sul gene MeCP2, ma resta ancora da definire l’estensione del quadro clinico dovuto alla mutazione. In altre parole dato che ogni bambino può presentare una differente mutazione sul gene, la posizione della mutazione sul gene potrebbe essere indicativa della gravità dei sintomi e della variabilità all’ interno della sindrome.

Dall’altra parte può accadere nella sindrome di Rett che un cromosoma X contenga un gene come l’MeCP2 che funzioni correttamente e l’altro cromosoma che invece porti il gene sbagliato con la mutazione.
Pertanto si può verificare una situazione in cui viene inattivato il cromosoma malato con la mutazione, con il risultato che funzionando di più il cromosoma normale, il fenotipo viene migliorato.

Viceversa si può verificare anche una situazione opposta, in cui viene inattivato il cromosoma sano per cui l’ unica copia che funziona è quella che porta il gene mutato che funziona male, con il risultato dell’aggravarsi delle manifestazioni cliniche in una paziente affetta da sindrome di Rett.
Questo potrebbe spiegare il perché due pazienti che presentino la stessa mutazione mostrino un quadro clinico differente se hanno un’inattivazione del cromosoma X diversa.

Purtroppo i dati a disposizione sono troppo ridotti per poter dedurre con certezza che tale fattore sia rilevante nell’influenzare la gravità delle manifestazioni cliniche delle pazienti Rett.

Per quanto riguarda la terapia non esiste al momento una terapia specifica in grado di guarire i soggetti affetti da questa malattia. Esistono però terapie sintomatiche che possono migliorare sia le abilità residue che la qualità della vita delle bambine e delle famiglie.
Essendo costante e grave l’evoluzione della scoliosi è necessario un precoce inizio della terapia con l’obiettivo di arrestare l’evoluzione della curva al fine di mantenere una buona capacità ventilatoria e di migliorare la postura delle pazienti.

L’uso del corsetto correttivo è indicato fin dall’individuazione della malattia per rallentare l’aggravamento, in attesa del raggiungimento di un età scheletrica che permetta di sottoporre la paziente ad intervento chirurgico.

In questo modo è possibile consentire una corretta deambulazione, qualora non l'avesse già persa, o quantomeno una più corretta postura nella posizione seduta.              

 

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